Nei segni sul collo e nel sangue la verità sulla morte di Mario Paciolla in Colombia

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I primi risultati dell’autopsia condotta in Italia sul corpo del cooperante napoletano trovato impiccato il 15 luglio. La ex fidanzata: “Non si fidava di alcuni colleghi dell'Onu”

Mario, da solo, fino a lassù non sarebbe potuto salire. I nodi del lenzuolo che gli stringeva il collo, quando i colleghi dell’Onu lo hanno trovato a casa, sembravano fatti particolarmente bene, così tanto che difficilmente avrebbe potuto stringerli da solo.

La quantità di sangue trovata sul luogo del delitto non è compatibile con le ferite superficiali riscontrate sui polsi. Infine, la ferita esaminata sul collo esternamente è troppo evidente per essere stata causata da un lenzuolo. Ma difficilmente avrebbe potuto causare il decesso.

Sono queste le circostanze sulla morte di Mario Paciolla - il 33enne cooperante napoletano trovato senza vita il 15 luglio nell’abitazione di San Vicente del Caguan, la città colombiana dove era in missione con l’Onu – che hanno spinto la procura di Roma ad aprire un’inchiesta per omicidio, non credendo all’ipotesi del suicidio con cui la Colombia aveva bollato il caso.

I nostri investigatori hanno cominciato l’indagine dal principio. Partendo dalla scena del delitto: la casa dove Mario viveva e dove è morto attorno alle due del mattino del 15 luglio, è stata alterata. Alcuni oggetti sono stati spostati, altri buttati. Ci sono elementi chiari, inoltre, che farebbero pensare a una messinscena: di chi era quel sangue? Chi ha fatto i nodi al lenzuolo? È stato poi necessario ripetere l’autopsia perché in Colombia erano stati omessi approfondimenti cruciali: non è stata, per esempio, effettuata la Tac per valutare l’entità delle ferite, cosa che invece l’équipe medico legale italiana - guidata dal professor Vittorio Fineschi (lo stesso dei casi Cucchi e Regeni) e composta anche da un medico legale nominato dalla famiglia Paciolla - ha fatto. Inoltre sono stati disposti esami specifici per verificare se sul collo di Mario ci sono altri segni.

Non è stato facile: il corpo è stato restituito in pessime condizioni all’Italia (è stata persino trovata segatura all’interno), come se non ci dovesse essere un secondo esame autoptico. Che invece c’è stato e, già nelle prossimi giorni, potrà aiutare la procura di Roma – l’indagine è affidata al pm Alberto Pioletti e all’aggiunto Lucia Lotti, ma è seguita anche dal procuratore Michele Prestipino – a mettere i primi punti a questa storia.

A partire dal ruolo di alcuni dei protagonisti. Primo tra tutti quel Christian Thompson, il contractor che si occupava della sicurezza della missione Onu, che ha trovato il cadavere. È stato Thompson a buttare alcuni degli oggetti trovati sul luogo del delitto. Thompson a ordinare la pulizia della casa, prima che la polizia colombiana terminasse i suoi accertamenti. Ed è di Thompson che parla anche Ilaria Izzo, 31 anni, ex fidanzata di Mario, impegnata anche lei in Colombia (ma nella zona di Cali) in una missione Onu.

«Di chi non si fidava Mario all’Onu?». «Di Christian. Christian Thompson» dice Ilaria (che in precedenza aveva fatto anche un altro nome, S.A.) nell’ultima domanda del suo lungo verbale consegnato il primo agosto alla polizia colombiana, alla presenza del nostro ambasciatore, e al centro di una relazione inviata dalla nostra ambasciata a Bogota alla Farnesina nella quale si fa il punto sullo stato delle cose.

Negli stralci riportati, si dà conto di come la ragazza avesse raccontato di un grande turbamento di Mario, così forte da far ritenere plausibile l’ipotesi del suicidio. Il giorno prima di morire era talmente sconvolto da lasciarsi andare a uno sfogo agghiacciante: «Non voglio più vivere».

Mario, racconta la ragazza, era «ossessionato» dal timore di essere spiato. È convinto di essere stato “testimone” di qualcosa che non avrebbe dovuto vedere. Si sentiva osservato, intercettato. «Parlava addirittura della Cia, era diventato ossessivo». Il giorno prima di morire la situazione sarebbe precipitata: «Piangeva, urlava, mi ha detto di non voler più vivere». Contemporaneamente però le avrebbe chiesto aiuto per acquistare un biglietto per tornare in Italia.

La mattina del 14 luglio Ilaria, anche per tranquillizzarlo, gli dà gli estremi della sua carta di credito e Mario senza consultarla, compra un biglietto. Anzi, due. Uno per lui e uno per lei. Le tratte però sono diverse: quello di Mario è via Parigi. «Ma io gli ho detto che non avevo intenzione di Rientrare. La mattina dopo mi hanno informato che era morto». Ilaria ha avuto un crollo, tanto da aver avuto bisogno di un ricovero. Ora sta un po’ meglio ma è ancora in Colombia

Fonte: La Repubblica

URL: https://rep.repubblica.it/pwa/generale/2020/09/06/news/nei_segni_sul_collo_e_nel_sangue_la_verita_sulla_morte_di_paciolla-266429962/?awc=15069_1599432099_dd5a7fb67404dd348ac87d6b2e2fbbb4&source=AWI_DISPLAY

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