Mario Paciolla: la morte violenta di un volontario.

Alcune fughe di notizie hanno segnato il “caso” del cittadino italiano, Mario Paciolla trovato morto a San Vicente del Caguán sei mesi fa. Le incongruenze dei fatti relativi alla morte del volontario dell’ONU hanno indotto a pensare ad una cospirazione politica. Tutti concordano su una cosa: l’ONU ha certe responsabilità.

 

Di: Stephan Kroener* / Tradotto da Simone Ferrari e Giacomo Finzi:

Verità e Giustizia per Mario. Il silenzio è complice!


 

A San Vicente del Caguán il Covid-19 vive una simbiosi maligna. Le mascherine ora fanno parte dell’ambiente, così come i passamontagna e gli stivali di gomma. Mentre il mondo continua a lottare contro la pandemia, in questo paesino del Sud della Colombia, a 288 chilometri in linea d’aria, ma a quasi 700 in automobile da Bogotà, il virus della violenza è endemico. Tuttavia, la morte volontario dell’ONU è qualcosa di insolito. Gli stranieri in genere non fanno parte della lista delle vittime del conflitto armato. Per questo, quando lo scorso 15 luglio è apparso il corpo senza vita dell’italiano di 33 anni, Mario Paciolla, la notizia ha avuto eco in tutto il mondo.

Io non lo conoscevo, anche se ci siamo incrociati alcune volte. Entrambi siamo arrivati in Colombia nel 2016. Per me, era il ritorno in un Paese che mi affascina da tanti anni, per Mario era la prima volta, anche se, dopo poco, anche lui rimase affascinato allo stesso modo. Entrambi abbiamo lavorato nella stessa ONG di diritti umani. Io tra il 2012 e il 2014, Mario tra il 2016 e il 2018. Lui era il “nuovo”, appena arrivato, ed io il “vecchio”, che tornava alla “casa”, a questa famiglia di volontari che abbiamo costruito e continuiamo a costruire in Colombia. Anche se, non posso dire di averlo conosciuto al di là di alcune conversazioni triviali, sento la necessità di scrivere su di lui, su quello che definiscono ora il suo “caso”. Perché Mario era uno di noi, dei molti volontari internazionali che sostengono i diritti umani e la pace in Colombia. Dopo aver accompagnato per due anni difensor@ dei diritti umani, Mario ha iniziato a lavorare presso la Missione di Verifica dell’ONU (UNVMC, la sua sigla in inglese) a San Vicente del Caguán, nel dipartimento del Caquetá.

“Qui nel paese le persone si impiccano nelle tenute, nelle case, ragazzi, giovani, ma quello di Mario sì era strano”, dice William González, giornalista e direttore del canale locale Magazin 740 di San Vicente. La mattina dello scorso 15 luglio, il notiziario era in diretta quando hanno saputo che a solo tre isolati dal loro studio avevano trovato un morto. González ha approfittato della pausa pubblicitaria per mandare rapidamente il suo assistente a filmare alcuni secondi fino al luogo dei fatti.

Le immagini inedite sono riprese in una strada priva di pavimentazione, di fronte a una casa semplice su due piani. Si nota la fretta del cameraman, per filmare la scena. Sotto la pioggerellina si muove una folla di una decina di persone, alcuni poliziotti in divisa, altri che sembrano agenti in borghese. In disparte, sotto gli ombrelli, ci sono gli amici di Mario, colleghi della Missione, due donne e due uomini, giovani. Uno degli uomini cerca di coprire con l’ombrello il gruppo dalle immagini della telecamera, ma si nota che sono costernati, tristi: non ci possono credere.

Due dei colleghi arrivati a casa di Mario per andarlo a prendere ed andare in missione a Florencia, la capitale del Dipartimento del Caquetá. Poiché Mario non rispondeva alle telefonate dei suoi compagni, hanno aperto la porta con le chiavi del padrone di casa, che vive al piano di sotto. Lì lo hanno trovato in una scena confusa, morto, impiccato e con alcune lacerazioni sulle braccia. La stazione di polizia si trova a soli quattro isolati dalla casa di Mario, e gli agenti sono corsi a cordonare il luogo. In seguito, il medico legale di Florencia compilò il certificato di morte nella colonna “possibili ragioni del decesso” la casella “morte violenta”. Il che può includere suicidio o omicidio. Anche se, apparentemente, tutta San Vicente credette all’ipotesi del suicidio. Anche perché, secondo gli abitanti, l’ONU non ha nemici in paese.

La morte violenta di un figlio, di un amico o compagno è di per sé una tragedia. Ma per l’ONU è, oltretutto, un disastro. Perché la morte di Mario comporta un peso diplomatico che può minacciare la Missione di Verifica delle Nazioni Unite e, con questo, l’intero processo di pace in Colombia. Sebbene lo scorso 25 settembre sia stato rinnovato il mandato della Missione, la notizia è passata in sordina, mentre la morte di Mario è diventata uno scandalo per l’organizzazione. Per varie incongruenze sul caso, la stampa in Italia e in Colombia ha rafforzato l’ipotesi di un omicidio e di una cospirazione. L’ONU si è dimostrata incapace di gestire la situazione e la sua strategia comunicativa li ha resi sospettosi dinanzi al mondo. I giornalisti si aspettavano risposte dall’organizzazione, però l’ONU è rimasta in silenzio.

Non è la prima volta. L’ONU aveva affrontato scandali in diversi momenti e paesi. I più conosciuti, gli abusi sessuali dei caschi blu in paesi africani e ad Haiti. Secondo le Nazioni Unite, solo nel 2019 sono state segnalate almeno 205 denunce di abusi e sfruttamento sessuale in tutte le missioni nel mondo. Un altro scandalo fu la diffusione del colera ad Haiti, con oltre 10.000 morti, molto probabilmente portato da membri dell’ONU, a seguito del terremoto del 2010. In molti di questi casi, l’organizzazione ha dimostrato una certa difficoltà a comunicare il problema e ad attribuirsi la responsabilità. Il “caso” di Mario non è stata l’eccezione, oltre ad essere interpretata come una mancanza di empatia nei confronti dei propri volontari.

Mentre il corpo di Mario fu portato all’obitorio di Florencia, a tre ore di auto da San Vicente, la Missione di Verifica dell’ONU ha diffuso un comunicato di due frasi in cui condannava la morte di un “collega volontario”. Al giorno seguente, la Missione dispose un tweet nel suo account ufficiale, in cui, questa volta, si menzionava il nome di Mario. Ma l’account del suo direttore, Carlos Ruiz Massieu, rimase in silenzio, e solamente tornò ad attivarsi alcuni giorni dopo per celebrare i 210 anni del ‘grido’ dell’indipendenza in Colombia e condannare l’incidente di un elicottero militare e la morte di alcuni soldati, esterni alla Missione.

Sino al 4 agosto, ovvero tre settimane dopo la sua morte, la Missione ha reso omaggio a Mario in una cerimonia a Bogotà. Ma il minuto di silenzio si è esteso per i mesi successivi. Oggi, il portavoce dell’ONU a New York è la persona che gestisce le comunicazioni sul caso. E sebbene abbiano esteso il comunicato, a partire da agosto, la forma in cui rispondono alle domande giornalistiche scritte è restituire ogni volta la stessa risposta, sottolineano in neretto: “In attesa dei risultati delle inchieste a cui stiamo cooperando, non rilasceremo alcun commento nel merito”.

L’ONU non ha saputo gestire la situazione. “Le Nazioni Unite”, dice la madre di Mario in un’intervista con il giornale La Repubblica, “si sono mostrati reticenti con noi, sin dall’inizio”. Lei è stata avvisata della morte del figlio da un avvocato della Missione alle 11 del mattino del 15 luglio. Con tono vacillante e in maniera rapida, la donna le disse che Mario si era suicidata e chiese se la famiglia volesse la restituzione del corpo, come se si trattasse di un pacco recapitato non desiderato. Per molte persone che lavorano per la pace in Colombia, questa non è la forma di riconoscere il servizio di un volontario.

Il comunicato stampa sulla commemorazione del 4 agosto è segnato come una “dichiarazione”. Sembrerebbe che la Missione abbia inteso tardi che il suo atteggiamento dinanzi alla morte di Mario fosse stata vista male sia in Colombia che in Italia. Forse per questo, offrì una “Guardia d’onore” ai suoi resti prima che questi “venissero rimpatriati in Italia”. In via extra-ufficiale, si informò che per via delle restrizioni della pandemia solo furono presenti Ruis Massieu e l’Ambasciatore italiano in Colombia, Gherardo Amaduzzi, coloro che consegnarono la bara di Mario il 23 luglio all’aeroporto di Bogotà.

Nel feretro, il corpo di Mario era stato imbalsamato da un centro funerario di Florencia. L’autopsia dei resti di morte era già stata realizzata il 16 di luglio da un medico forense, che una collega descrive come “eccellente e molto professionale”. Per ragioni sconosciute e senza che venisse riportato nel documento ufficiale dell’autopsia, nel corso dell’intero processo fu presente il capo dell’Unità Medica della Missione di Verifica, Jaime Hernan Pedraza. Come conferma una persona presente quel giorno in obitorio, i forensi aspettarono i funzionari dell’ONU finché questi arrivarono da Bogotà per avviare l’autopsia. Una fonte presso Medicina Legale, che ha richiesto l’anonimato, descrive questo come insolito, ancor più nel caso di Pedraza che, oltretutto non è medico legale o forense.

Secondo un articolo pubblicato su “El Espectador”, Pedraza fu autorizzato dalla famiglia di Mario, che venne informata del fatto che “sarebbe stato il medico forense assegnato dall’Ambasciata d’Italia in Colombia”. Il corpo diplomatico italiano si tiene in silenzio e non commenta tale informazione. In due occasioni, diversi membri dell’Ambasciata hanno riattaccato la cornetta del telefono non appena un giornalista o un altro collega italiano menzionasse loro il cognome Paciolla. Così, non è chiaro se Pedraza sia stato effettivamente incaricato dall’Ambasciata o se invece si sia aggiunto per altre vie.

Il forense di Florencia non solo indicò la “possibile causa del decesso”, ma anche l’ora: le due di notte del 15 luglio. La foto del certificato di morte è uno dei pochi documenti disponibili sui social. Il resto sono fughe anonime di notizie da parte di membri dell’ONU, la Fiscalía colombiana o la Procura italiana. I whistleblower o informatori sono gli unici che parlano, mentre la Missione e le istituzioni restano in silenzio. La Missione si nasconde dietro ai protocolli e ricorda ai propri funzionari, in una corrispondenza email filtrata e pubblicata su El Espectador, che “non potranno (…) dare dichiarazioni alla stampa”. Però, ciò che potrebbe salvare ora l’organismo internazionale e al capo della Missione è di aver rotto i protocolli, il silenzio, mostrare trasparenza e, di conseguenza empatia.

A San Vicente la gente non dubitava l’ipotesi del suicidio finché sulla stampa nazionale sono emerse indagini che andavano in un’altra direzione, la pista dell’omicidio. Per molti che lo hanno conosciuto sembrerebbe surreale che Mario si sia suicidato, era una persona “piena di vita”, un “viaggiatore brillante”, una persona che “non accettava zone grigie”, come lo ha dipinto sua madre alla stampa italiana. “Era un idealista”, disse un suo amico a una giornalista italiana, nella sua città natale, Napoli. “Era una persona molto riservata. Non parlava mai dei rischi, né dei mille problema (di questo lavoro) o della sua solitudine”. Forse tale idealismo fu ciò che mise Mario in una situazione di maggior vulnerabilità di fronte a un’istituzione che cerca di gestire un’apparente neutralità in un campo politico minato, dove i molteplici attori negoziano un accordo di pace che già oggi è a punto di fallire.

In realtà, nel Caguán l’accordo di pace non ha mai preso forza: “Per sei o otto mesi dopo la firma dell’accordo si visse un periodo di speranza, ma poco dopo, tutto tornò ad essere come prima, con le estorsioni ed il reclutamento forzato”, dice un giornalista locale che vive sotto minaccia e per questo chiede l’anonimato. Secondo diverse fonti, Mario si infuriava per l’ingiustizia che lo circondava. Durante la pandemia tale scenario peggiorò ed è molto probabile che Mario fosse frustrato per via della passività dell’ONU. Criticava spesso l’organizzazione, anche se, secondo alcune fonti, non ha mai smesso di credere nella pace e nell’accordo firmato dal governo colombiano e le FARC-EP, lo stesso anno in cui aveva messo piede in Colombia

Gente vicina a Mario ha assicurato che lui si vide coinvolto dal comportamento della Missione per il bombardamento dell’esercito in un accampamento dei gruppi dissidenti delle FARC-EP. Il fatto avvenne il 29 agosto del 2019 nei pressi di Agua Claras, a 30 chilometri da San Vicente. Lì sono morti almeno otto minori, reclutati poco prima. Claudia Julieta Duque, giornalista e amica di Mario, scrisse poco dopo la sua morte una lettera al quotidiano El Espectador. In questa lettera, racconta i “disgusti interni” che Mario sentiva nei confronti della Missione. Un’organizzazione che solamente in una delle sue relazioni trimestrali menzionava l’incidente del bombardamento, quando per la “controversia dell’attacco aereo” il Ministro della Difesa, Guillermo Botero, diede le dimissioni. Mesi dopo si venne a sapere, grazie ad un lavoro dell’organizzazione Dejusticia e Cuestión Pública, che il governo sapeva in anticipo della presenza di bambini nell’accampamento e, ciononostante, aveva dato l’ordine per il bombardamento.

Intorno all’ipotesi che Mario fosse coinvolto nell’elaborazione di una relazione sul bombardamento, è stata costruita una storia di cospirazione. Prima di tutto, bisogna chiarire che la Missione non ha il compito di indagare situazioni quali il bombardamento ad un attore armato illegale. Il suo mandato infatti è stabilito da due clausole dell’Accordo Finale: il punto 3.2 “Reinserimento di FARC-EP nella vita civile – nella dimensione economica, sociale e politica” ed il punto 3.4 “Garanzie di sicurezza e lotta alle organizzazioni e attività criminali”. Ma come conferma Herner Carreño, ex portavoce di Puerto Rico, uno dei maggiori critici del bombardamento, i membri della Missione “realizzarono alcune ricerche o facevano alcune indagini su tutte le alterazioni all’ordine pubblico nella zona”.

Molte delle vittime del bombardamento erano di Puerto Rico, un paesino a un’ora da San Vicente, sulla strada che porta a Florencia. Carreño parlò personalmente con due volontarie della Missione sul bombardamento ed altri casi relativi alle condizioni di sicurezza, ma non con Mario. Secondo fonti, il testo scritto da una di esse sui fatti di Puerto Rico non occupava oltre un paragrafo dell’intero documento. Inoltre, secondo le fonti, Mario non si occupava di questa vicenda, le sue funzioni si vedevano maggiormente orientate al tema del reinserimento, e specialmente, con la promozione del turismo sostenibile ed il rafting. Per questo, è molto difficile immaginare che Mario potesse aver scritto qualche “relazione” sul bombardamento.

Le conversazioni con le autorità regionali svolte dai volontari al fine dell’elaborazione delle relazioni sono molto comuni nel mondo delle ONG in Colombia. Servono come analisi del rischio per esaminare le condizioni di sicurezza degli stessi volontari che operano nella regione e una maggior comprensione del conflitto a livello locale. I membri della Missione elaborano relazioni di tutti i tipi. Son lavori in equipe, normalmente non firmati da nessuno dei propri integranti. In generale, sono riassunti della situazione nella zona di lavoro, che alimentano i report trimestrali, che vengono inviati al Consiglio di Sicurezza dell’ONU a New York.

Queste relazioni trimestrali vengono pubblicati sul sito web della Missione. Il bombardamento del 29 di agosto non è menzionato nel documento che copre il periodo da luglio a settembre del 2019. Sembrerebbe che la morte di otto bambini diventò un tema importante solamente nel momento in cui diede origine alle dimissioni del Ministro Botero, nel mese di novembre, e per questo nell’ultima relazione annuale, fu sì inserita la notizia del bombardamento. Così lo spiega Carreño: “Io l’ho denunciato pubblicamente alla stampa regionale, dissi loro che avevo prove documentate di tre casi di reclutamento forzato e che tre bambine erano morte a seguito del bombardamento, ma la stampa nazionale si interessò al caso solamente una volta che uscì il caso dello scandalo (le dimissioni di Botero)”.

Nella sessione al Senato del 5 novembre 2019, il Senatore Roy Barreras, del Partido de la U, all’opposizione, mostrò alcune prove in cui veniva dimostrata l’età dei minorenni uccisi durante il bombardamento. Nella registrazione della sessione pubblicata su internet, il Senatore mostra come fonte i documenti della Sezione di Medicina Legale del dipartimento del Meta. Nulla indica che questi ritrovamenti fossero stati filtrati dall’ONU e, ancor meno, dall’equipe della Missione a San Vicente del Caguán. Questo non significa che esistano o meno fughe di notizie su questo o altri casi simili tra l’ONU, i militari e i politici in Colombia, così come è stato riferito dalla stampa per il caso di Mario. Per tutti questi motivi, la tesi che sostiene che le dimissioni del Ministro Botero abbiano a che vedere con la morte di Mario, avvenuta ben otto mesi dopo le dimissioni, è una tesi molto debole.

A inizio settembre 2020 il Corriere della Sera ha pubblicato alcuni stralci delle dichiarazioni che l’ex-fidanzata di Mario aveva fornito alla magistratura colombiana. Secondo quanto riportato sul quotidiano italiano, hanno assistito tramite videochiamata anche gli avvocati e l’ambasciatore italiano a Bogotà. Durante l’interrogatorio, l’ex-fidanzata ha raccontato che la condizione psicologica di Mario era peggiorata progressivamente, soprattutto negli ultimi cinque giorni. L’italiana (anche lei lavora per la Missione) ha aggiunto che in quei giorni lei era “l’unica persona di cui (Mario) si fidava”. Secondo lei, il peggioramento di Mario era il risultato delle sue paure per le conseguenze di una “possibile e non specificata indagine interna dell’ONU di cui Mario pensava di essere l’obiettivo”.

Queste indagini interne al personale non sono affatto rare, come è possibile leggere nelle diverse relazioni trimestrali della Missione che si trovano online. La Squadra di Condotta e Disciplina fa “enfasi speciale nello sfruttamento e abusi sessuali, molestie e abusi di autorità, l’uso indebito dei social media e la violazione delle norme di sicurezza”. Chi conosceva Mario concorda nel ricordarlo come una persona che parlava in maniera diretta e che non aveva paura delle discussioni. In ogni caso, nell’ultima relazione trimestrale pubblicata dalla Missione a fine settembre non appare nessun caso di condotta impropria.

Diverse fonti che preferiscono mantenere l’anonimato confermano che nella Missione molti volontari vivono nella solitudine assoluta. In un video promozionale, una collega di Mario spiega: “Separare la vita lavorativa dalla vita privata e personale in una sede così piccola (San Vicente del Caguán) è molto complicato, è una delle maggiori difficoltà che trovi quando arrivi qui. Ognuno deve trovarsi i propri spazi individuali personali”. Secondo un giornalista locale a San Vicente “il contatto dei membri dell’ONU con gli abitanti è minimo”. Questo protocollo è divenuto ancora più restrittivo durante la pandemia. Secondo l’ultima relazione precedente alla norte di Mario, pubblicato a giugno, “la Missione ha adattato la sua strategia in materia di condotta e disciplina per prevenire le condotte improprie e per risolverle in un contesto di pandemia e di misure di isolamento obbligato”.

Mario viveva a San Vicente da quando ha cominciato a lavorare per la Missione. Non è comune che i volontari – dell’ONU come di altre organizzazioni – rimangano a lungo in un ambiente così teso senza sostituti o cambi. L’organizzazione non governativa in cui sia io che Mario lavoravamo è strutturata in una forma orizzontale: non esistono capi, e tutte le decisioni si prendono in gruppo. Qualcosa di ben diverso dall’ambiente della Missione ONU, un’organizzazione strettamente verticale dove ci si aspetta disciplina e subordinazione. Un idealista come Mario doveva scontrarsi con questa struttura.

Sulla stampa si menzionano due riunioni a Florencia relazionate con il caso di Mario: una informale, tra il 15 e il 22 giugno, in cui Mario –secondo quanto trapelato– è stato accusato di essere una spia, e un’altra formale, il 10 luglio, nell’Ufficio Regionale della Missione, da cui dipende l’Ufficio di San Vicente in cui lavorava Mario. Un’amica di Mario che voleva incontrarlo conferma che Mario era stato quel 10 luglio a Florencia per lavoro, nonostante alla fine non si siano incontrati per altre ragioni. La madre di Mario riporta alla stampa italiana che quel giorno aveva detto, testualmente: “Mi sento sporco, devo tornare e lavarmi nel mare di Napoli”. Da ciò che è emerso, poco dopo hanno parlato di nuovo e Mario le ha raccontato di essersi arrabbiato molto con i suoi capi e di “essersi messo in un problema”.

Secondo due fonti locali –che non hanno a che vedere con l’ONU– i superiori hanno aperto un’indagine interna contro l’italiano per una non precisata condotta impropria. La giornalista Duque menziona nella sua lettera aperta che Mario le aveva rivelato di una recente segnalazione di alcuni disaccordi su come la Missione stava gestendo la pandemia. La giornalista scrive: “Mentre ad altri funzionari si facilitavano viaggi e misure di telelavoro, per i volontari la regola era la solitudine e l’isolamento”. Una fonte anonima ha detto che suppostamente il responsabile dell’Unità Medica della Missione –lo stesso Pedraza dell’autopsia di Mario– era presente alla riunione di Florencia e che nella discussione si erano alzati i toni. Per questi dettagli si pensa che il tema della riunione fosse relazionato con l’inconformità di Mario verso la gestione della pandemia da parte della Missione e più in generale verso il tema della salute, e che nella discussione si siano alzati i toni, tanto da portare a un’indagine interna contro Mario.

Il disaccordo di Mario con la gestione “discriminatoria” delle questioni di salute da parte dell’ONU era noto, come racconta Duque nella stessa lettera aperta a El Espectador: “Ti preoccupava che la pachidermia burocratica potesse lasciarti ancora più esposto che una malattia o un incidente”. Secondo la giornalista investigativa, Mario si era infastidito lo scorso anno per il trattamento ricevuto da una collega malata di dengue, che non era stata allontanata in tempo dalla Missione. Diverse relazioni mostrano che la situazione sanitaria dei volontari –riassunta in un corto paragrafo di “Appoggio alla Missione”– non era un tema rilevante prima dell’avvento di una pandemia mondiale.

A partire da quel momento la Missione ha realizzato, secondo le sue relazioni, “sforzi multipli (…) che includono temi critici come la continuità delle operazioni e la pianificazione delle contigenze, l’acquisizione e la richiesta di somministrazioni mediche aggiuntive e l’appoggio di specialisti”. Inoltre, dice una relazione che: “La Missione ha conformato una squadra addetta e ha cominciato a implementare modalità di lavoro alternative in tutte le sue sedi. Tutti i viaggi non essenziali sono stati cancellati o posticipati, e i viaggi nella zona della missione sono stati limitati a seconda della loro importanza”. In altre parole: irrigidimento dei protocolli, dell’isolamento e della solitudine.

Un abitante di San Vicente del Caguán conoscente di Mario, che ha chiesto di non essere identificato, ricorda che l’anno prima (2019) Mario era più socievole: usciva per una birra, chiacchierava. Ma con l’inizio della pandemia ha cominciato a rimanere a casa, senza uscire neanche per la spesa, chiedendo tutto a domicilio. Il giornalista italiano Simone Ferrari ha realizzato un reportage sul posto per il quotidiano italiano TPI, e ha potuto parlare con varie fonti. Davanti a una pizza in un ristorante italiano del quartiere Chapinero di Bogotá, Ferrari racconta cosa ha trovato a San Vicente: “Ho viaggiato a San Vicente convinto di trovarmi di fronte a una situazione di assoluta ‘omertà’ da parte della popolazione locale, come diciamo in Italia riferendoci a contesti di mafia”. Al contrario, ha trovato persone “estremamente disponibili a parlare, eccezion fatta per i membri dell’ONU”. In seguito a queste conversazioni, ha iniziato a dubitare delle notizie che presentavano il fatto come una “cospirazione” che includeva gli abitanti di San Vicente e le ricostruzioni della stampa gli sono sembrate “fallaci e incongruenti” con le testimonianze che ha raccolto.

Secondo il propietario della casa dove Mario aveva vissuto i suoi ultimi 15 mesi, l’italiano non aveva ricevuto visite né prima né dopo la pandemia. Un vicino ha raccontato a Ferrari che una volta Mario si era infastidito per una festa che avevano organizzato durante la quarantena: niente di grave, ma sembrava che Mario rispettasse alla lettera i protocolli, seppur probabilmente si trovasse in disaccordo con essi. La sua famiglia in Italia ha ricordato su La Repubblica che “Mario lavorava in smartworking ed era quasi sempre a casa”. Ferrari riporta che, secondo il padrone di casa, durante la pandemia l’italiano si era isolato ancora di più, e non si fermava a parlare neanche con lui e la sua famiglia, che vivevano al piano di sotto della stessa casa. “Tuttavia, il proprietario di casa ha notato un cambio ancor più drastico nell’attitudine di Mario nei cinque giorni precedenti alla sua morte”. Mentre prima salutava e si fermava a scambiare due chiacchiere, parlando di calcio o di altre cose, in quei giorni “aveva perso la sua simpatia, non rispondeva ai saluti, sembrava cupo. Era visibilmente pallido, preoccupato”.

Il proprietario dorme con sua moglie sotto alla sala dove è stato trovato Mario. Al giornalista italiano il padrone di casa ha raccontato che, nonostante lavori molto ed abbia un sonno profondo, ritiene difficile pensare che non si sarebbe svegliato se fosse successo qualcosa di strano (uno scontro o una discussione).

Un edificio a 50 metri di distanza dalla casa di Mario era ancora in costruzione a luglio 2020, motivo per cui un vigilante era incaricato di controllare i tre piani del cantiere durante la notte, osservando la strada e i vicini terreni non costruiti. Da lì, il vigilante poteva vedere l’entrata dell’appartamento di Mario. Secondo la testimonianza che ha fornito a Ferrari per telefono, sembra poco probabile che qualcuno sia potuto passare di lì senza che lui se ne rendesse conto.

Al giornalista italiano, esperto di conflitto territoriale nel sudoccidente colombiano, le testimonianze raccolte sembrano veritiere, portandolo a mettere in dubbio l’eventualità della presenza di altre persone in casa al momento della morte di Mario. “Dopo aver conosciuto la casa di Mario, mi sembra che l’organizzazione di un omicidio in quello spazio avrebbe richiesto un’operazione di intelligence enorme, della quale per ora non ci sono indizi”. Nonostante le indagini proseguano in Colombia e in Italia, l’ONU ha classificato la morte di Mario come “autoinflitta”. Il nome di Mario appare così tra le statistiche dei quasi 60 funzionari di diverse missioni ONU in giro per il mondo che si sono suicidati negli ultimi 20 anni. Tuttavia, non è ancora chiaro cosa sia successo a Mario e non è possibile scartare l’ipotesi dell’omicidio. In ogni caso, esistono responsabili della morte di Mario, per azione o per omissione.

Gli ultimi giorni Mario aveva telefonato più volte alla sua famiglia in Italia. Un fatto insolito rispetto alle sue consuetudini. In queste chiamate, ricorda la madre ai giornalisti italiani, Mario rivelava una certa preoccupazione “per qualcosa che aveva visto, capito, intuito”. Per questo sua madre è convinta che lo abbiano ucciso e che “la verità sulla sua morte si trova nelle relazioni con i suoi colleghi di lavoro e con le attività che stava realizzando nel suo lavoro con l’ONU”. Di questo non ci sono dubbi, poiché è stato verificato che Mario aveva contatti solo con persone del suo contesto lavorativo.

L’altra persona di fiducia con cui ha parlato Mario è stata la sua ex-fidanzata. La loro relazione è durata nove anni ed è terminata a settembre 2019, ma anche successivamente hanno mantenuto i contatti. Secondo quanto emerso della sua testimonianza, il giorno prima di morire Mario le aveva detto di aver comprato due biglietti per tornare in Italia. Aveva anticipato il suo ritorno al 20 luglio, nonostante fosse previsto per il 20 agosto. In quel momento in Colombia era vigente un lockdown totale, motivo per cui spostarsi in altre città o trovare un volo umanitario non era facile. In quanto funzionario dell’ONU Mario ci era riuscito. Era previsto che il 15 luglio, proprio il giorno della sua morte, una macchina dell’ONU lo portasse a Florencia e da lì a Bogotá.

Mario non voleva solamente tornare al suo paese, ma avrebbe voluto, almeno a quanto riporta la sua exfidanzata, tornare con lei, “la donna della sua vita”, come le avrebbe presuntamente detto Mario nelle ultime telefonate. L’italiano ha comprato i biglietti con la carta di credito dell’exfidanzata, senza avvisarla. Lei però ha rifiutato il suo piano di tornare in Italia insieme, e gli ha ribadito che voleva rimanere in Colombia. Secondo quanto filtrato dall’interrogatorio, l’exfidanzata ha affermato che nella telefonata era “particolarmente agitata a causa dei continui pianti e grida” di Mario e che, ad un certo punto, aveva anche affermato “di non voler più vivere”.

Non è chiaro, però è probabile che queste ultime telefonate e discussioni fossero le parole in italiano che il vicino di casa assicura di aver ascoltato la notte del 14 luglio tra le 10 e le 11 di notte. Secondo il reportage del giornalista Ferrari, il vigilante, dalla terrazza dell’ultimo piano dell’edificio contiguo, ha visto Mario per l’ultima volta alle 10.15 di notte, mentre si muoveva nervosamente fuori di casa, fumando e parlando ad alta voce per telefono: “Era molto agitato. Io mi occupavo di controllare la strada ogni notte e non lo avevo mai visto uscire a quell’ora. Mi è sembrato molto strano. So che erano le 10.15 perché stavo parlando al telefono con mia moglie, e ho verificato l’orario della chiamata. É uscito di casa e si è seduto su una panchina lì fuori. Parlava al telefono, ogni tanto si alzava, camminava nervosamente da un lato all’altro della strada. A causa della distanza non ho riconosciuto se stesse parlando in spagnolo o in un’altra lingua”. L’ultimo accesso a Whatsapp di Mario risulta alle 10.45 di notte. L’ultima chiamata all’ex-fidanzata è avvenuta alle 11.23 e secondo lei Mario sembrava “più calmo” in quel momento. Ma due ore e mezza più tardi Mario era morto.

Un’altra telefonata alle 10.00, prima della morte di Mario, ha attirato l’attenzione di alcuni giornalisti. Secondo le indagini della giornalista Duque, a quell’ora Mario “ha stabilito un contatto telefonico con il referente della Sicurezza della Missione”. Non è chiaro se la chiamata fosse la stessa che ha visto il vigilante dall’edificio contiguo alle 10.15, in cui gli era sembrato che Mario fosse in uno stato di alterazione. Secondo quanto filtrado dalle dichiarazioni dell’ex-fidanzata, l’italiano non si fidava di quel referente di sicurezza, ma altre fonti contattate confermano che Mario e il referente erano buoni amici. Pur senza fare nomi, l’exfidanzata sostiene che Mario aveva d’improvviso perso la fiducia in due dei suoi colleghi.

D’altra parte, non risulta strano che il referente, a causa dei suoi incarichi di sicurezza, chiamasse Mario prima di passare a prenderlo per accompagnarlo a Bogotá. È stato proprio lui, insieme a un’altra volontaria dell’ONU, a trovare il corpo di Mario nella mattinata del 15 luglio e a chiamare la polizia intorno alle 9.00 di mattina.

Dal curriculum del referente della sicurezza, accessibile sulla sua pagina Linkedin, risulta che è un exmilitare. Questo fatto ha insospettito alcuni giornalisti, in particolare in relazione alle sue azioni. Per esempio, mentre la polizia investigava in casa di Mario, il referente ha impedito alle forze dell’ordine di raccogliere pc e quaderni di Mario. È in parte comprensibile, in un paese in cui agenti dello Stato sono spesso involucrati in azioni criminali e in atti di spionaggio contro ONG nazionali e internazionali. Tuttavia, anche se i dispositivi sono stati forniti a Mario dall’ONU e possono conservare informazioni sensibili, fanno certamente parte di un’indagine per morte violenta. Secondo la notifica d’indagine citata nel documento dell’autopsia colombiana, i poliziotti hanno trovato uno dei due PC “aperto e accesso”. Non è ancora chiaro se i due PC siano stati consegnati alla procura per verificare cosa stesse facendo Mario al PC poco prima di morire.

Lo stesso Mario temeva attacchi hacker –sono frequenti gli attacchi a ONG, oppositori politici e giornalisti in Colombia–. Inoltre, in una scena di un presunto suicidio la prima cosa che gli investigatori devono cercare è una lettera d’addio, fisica o digitale. Secondo quanto riportato in vari giornali, il referente di sicurezza ha buttato vari oggetti e ne ha portati via altri. Le domande intorno alla sua figura continuano a ripetersi, anche perché è stato lui, solo cinque giorni dopo la morte di Mario, a contrattare due donne perché si occupassero di pulire l’appartamento. In Italia il fatto che pulissero con il clorox ha alimentato sospetti, ma in realtà è un prodotto molto comune in Colombia.

È vero che alcuni agenti della SIJIN sono investigati per aver permesso alterazioni della scena del crimine. Il giornalista Ferrari conclude che il referente della sicurezza ha imposto nella casa di Mario “la sua autorità su quella della stessa polizia, e ciò è più che sospetto. Indipendentemente da come sia morto Mario, è impossibile negare le enorme responsabilità delle Nazioni Unite, sia prima che dopo la morte di Mario”.

Il 23 luglio il corpo di Mario è stato rimpariato. Le autorità italiane hanno ordinato una seconda autopsia, ma i risultati sono ancora coperti dal segreto d’indagine. Secondo quanto filtra, il corpo è arrivato in pessimo stato e la bara conteneva una quantità importante di segatura. Consultata sul processo dell’autopsia, una esperta forense di Medicina Legale colombiana ha chiarito che i forensi generalmente “chiudono il corpo” dopo aver revisato lo stato degli organi. Dopodiché, è l’agenzia funebre contrattata a preparare la bara. Sono loro che predispongono la segatura per mantenere il corpo secco.

Insieme ai dubbi sullo stato del corpo, i forensi italiani hanno trovato prove che fanno pensare a un’alterazione della scena di morte. Ciò ha portato la stampa italiana a definirla “postproduzione”. Secondo alcuni dettagli parziali filtrati dalla stampa, i segni sul collo di Mario non corrispondono a un soffocamento da lenzuolo, e i nodi sono stati realizzati in maniera sofisticata, nonostante non sia del tutto chiaro cosa significhi questo. Inoltre, la quantità di sangue – secondo l’atto di ispezione colombiano si tratta di “fluidi corporei che si associano al sangue” – trovata sul luogo della morte non coincide con la superficialità delle ferite sulle braccia. Il 17 ottobre, a tre mesi dall’autopsia di Florencia, il quotidiano colombiano Semana ha pubblicato il documento dell’autopsia colombiana. I risultati si indirizzano chiaramente a un suicidio. Nonostante siano presenti alcune incongruenze sul documento – il nodo del lenzuolo una volta è a sinistra, l’altra a destra –, in linea generale non emergono ragioni per dubitare del lavoro dei forensi colombiani.

La procura italiana ha però aperto un’indagine per presunto omicidio, su pressione della stampa e dell’opinione pubblica italiana che vede nella morte di Mario un nuovo caso Regeni. Lo studente italiano Giulio Regini, excollaboratore dell’ONU, stava realizzando la sua ricerca di dottorato in Egitto quando è scomparso il 25 gennaio 2016. 9 giorni dopo, il suo corpo è stato trovato con segni di tortura e si considera che sia stato probabilmente assassinato da parte dei servizi segreti egiziani. L’avvocata e il forense italiano del caso di Mario sono gli stessi del caso di Regeni. L’indagine sulla morte di Mario è condotta ora dal dipartimento criminale dei ROS, un’unità speciale italiana dedicata alle indagini su crimine organizzato e al terrorismo.

La Missione dell’ONU in Colombia mantiene un silenzio assoluto. Nell’ultima relazione trimestrale si menziona, verso la fine, nel punto 85, la morte di “un volontario delle Nazioni Unite di nazionalità italiana”. Dice anche che stanno “cooperando pienamente con le autorità (...) per determinare causa e circostanze di questo tragico incidente”. Per le persone vicine al “caso” di Mario, la responsabilità dell’ONU nella sua morte, per azione o per omissione, è una realtà dolorosa. La Missione non ha protetto la sicurezza e la salute mentale di uno dei suoi volontari e la Colombia ha perso una vita dedicata alla pace. Solo un profondo cambio interno e conseguenze lavorative per i responsabili della missione potrebbero evitare altri “incidenti” di questo tipo nell’ONU.

*Stephan Kroener (Friburgo de Brisgovia, 1984). Giornalista indipendente tedesco, radicato in Colombia. Scrive su diversi giornali colombiani e tedeschi. A novembre del 2020 ha viaggiato nel Caquetá con una troupe della RAI per aiutarli con la realizzazione di un documentario sulla vicenda di Mario. Su Twitter appare come @El_Stoeppel.

Tradotto da Simone Ferrari e Giacomo Finzi: Verità e Giustizia per Mario. Il silenzio è complice!

Fonte: https://voragine.co/mario-paciolla-la-muerte-violenta-de-un-voluntario/

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