Mario Paciolla: giustizia per un poeta

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In questo suo ricordo Claudia Julieta ripercorre alcuni momenti, gli ultimi, del rapporto che Mario aveva con il suo “datore di lavoro” (la Missione dell’ONU). Sono affermazioni che supportano quanto abbiamo, insieme con altri, detto fin dall’inizio e cioè che bisogna indagare tra i menbri della Missione, tra alcuni suoi colleghi e capi per cercare di capire quello che è successo e come e perchè è successo.

Claudia Julieta Dunque è giornalista investigativa e lavora come corrispondente per Radio Nizkor in Colombia. Durante la sua carriera come giornalista, ha indagato su numerosi casi di rilevanza nazionale, inclusi casi di sparizione forzata, reclutamento forzato di bambini da parte di gruppi armati legali e illegali, impatto dell'impunità e diritto alla giustizia e infiltrazione di gruppi di paramilitari nelle agenzie governative.

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Non erano trascorse 24 ore dalla consegna dell'ultimo rapporto (dossier) della Misión de Verificación delle Nazioni Unite in Colombia, quando una delle tue colleghe di lavoro ti ha trovato morto, amico mio poeta e giornalista, nella tua casa a San Vicente del Caguan. Quel rapporto doveva contenere le tue osservazioni come volontario (n.d.t. - Mario svolgeva un lavoro non volontario per conto delle Nazioni Unite) di quella organizzazione nella regione del Caquetà, però, così come hanno fatto con la tua morte, le Nazioni Unite sono state in silenzio.

Ed è proprio quel silenzio, indegno per te e della nostra realtà, che mi obbliga a scrivere, cercando di rompere con parole il nodo che ho in gola fin da quando ho saputo che una corda ti ha soffocato fino a lasciarti senza vita l'alba del 15 luglio.

L'ipotesi del suicidio è inverosimile per noi che abbiamo conosciuto la tua vitalità, il tuo sorriso ed anche le tue critiche alla Missione delle Nazioni Unite, come quando quella volta che un collega si era ammalato di dengue (n.d.t. - una malattia diffusa in tutta l’America Latina) e il tempo passava senza che venisse trasportato in un'altra città per ricevere le cure mediche adeguate.

Ti chiedevi cosa ti fosse sarebbe successo se ti avesse morso un serpente, se ti ammalavi seriamente a San Vicente. Avevi già deciso a chi chiedere aiuto nel caso ti fosse successo qualcosa di simile: non sarebbe stato nessuno dell'ONU dato che eri preoccupato che la pachidermica burocrazia ti lasciasse ancor di più esposto di una malattia o di un incidente. Questo amor proprio contrasta con l'idea che tu sia stato capace di toglierti la vita in un luogo così lontano dai tuoi amici, dalla tua famiglia ed dai tuoi amori, dalla tua Napoli che portavi nel cuore, e per la quale saresti partito il 20 luglio per ripulirti nelle acque del mar Tirreno da tutto quello sporco che ti aveva intristito nelle ultime settimane. Settimane addietro avevi tolto il lucchetto che chiudeva il cancello di accesso al sottotetto della piccola costruzione dove vivevi, come prevenzione se “qualcuno” ti veniva a cercare. E' lì che ti hanno trovato? Non lo saprò, almeno per ora, dato che non ti ho mai fatto visita né a San Vicente né a Napoli come invece eravamo d'accordo. “Vedi Napoli e poi muori!”. Mi ripetevi sempre quella frase malinconica per ricordarmi quella promessa che ci facemmo nel 2018, quando lasciasti le Brigate Internazionali di Pace ed io andai in Olanda per prendere un pò di respiro prima di ricevere una valanga di minacce: quando saresti tornato in Italia sarei venuta a trovarti.

Anche se il tuo contratto con la Missione dell'ONU scadeva il 20 agosto, qualcosa è successo il 10 luglio. Quel giorno hai avuto una forte discussione coi tuoi capi, come poi hai raccontato a tua madre, Anna Motta, mentre le dicevi di aver anticipato il tuo viaggio. Ti sentivi schifato.

Negli ultimi giorni avevi insistito tanto sul fatto che per te non era sicuro nè rimanere in Colombia nè nella Missione. Per questo motivo hai aperto quel luchetto ed hai iniziato a preparare la tua partenza. Mercoledì 15 luglio avresti viaggiato a Bogotà per rientrare poi in Italia. Avresti fatto tutte le pratiche per viaggiare su un volo umanitario il 20 luglio, il che sarebbe stato più facile per un funzionario internazionale. Il tuo Whatsapp si è connesso l'ultima volta il 14 luglio alle 10.45 di sera. Quello che è accaduto da allora fino a quando il tuo corpo è stato trovato da un'altra ex brigadista (n.d.t. - si definiscono brigadista gli appartenenti a brigate di solidarietà o membri di organizzazioni come P.B.I. in cui Mario aveva svolto la sua opera) e volontaria della Missione ONU la mattina seguente è un mistero. L'ho chiamata appena ho appreso la notizia, il 16, per porgerle le mie condoglianze ma ero affogata nel pianto. “Mario ti apprezzava molto, parlava sempre di te. Sapevo che eravate in contatto”, mi ha detto, ed io le ho chiesto di prendere dal tuo PC le poesie che avevi scritto e che volevi pubblicare in Italia.

La terza settimana di giugno, durante una riunione informale a Florencia – capoluogo del Caquetà, dove opera l'Ufficio Regionale della Missione ONU che ha controllo anche sull'ufficio del Caguan, una collega ti ha accusato di essere una spia.

Lo hai raccontato ridendo, perchè ti facevano ridere le assurdità. Oggi, senza il tuo sorriso, spento da una scomparsa violenta ed improvvisa, mi chiedo se quella è stata una prima avvisaglia del pericolo in cui ti trovavi. Cos'è successo quel giorno, chi ti ha accusato così gravemente, quali precauzioni ha preso Sergio Pirabal, capo dell'Ufficio Regionale, mio ex collega nella Commissione per la Verità in Guatemala? Sempre sorridendo avevi commentato che avevi aggiunto un nuovo punto al curriculum avendo manifestato il tuo disappunto per il modo, secondo te discriminatorio, col quale la Missione ONU stava gestendo la pandemia. Mentre ad alcuni funzionari si autorizzavano viaggi e la possibilità di telelavoro, la regola per i volontari è stata quella dell’isolamento (n.d.t. - confinamento in casa) e della solitudine.

Tu eri di quelli che ridevano mentre raccontavi cose serie, come quando mi hai confessato che collaboravi ad una rivista italiana con un nickname. In questi giorni, cercando tracce, ho trovato i tuoi articoli, anche se l'ultimo di questi è del giugno 2018. E' chiaro che non hai mai violato i principi della Missione: da quando hai iniziato a lavorarci hai smesso di scrivere.

No. Non credo alla tesi del suicidio per solitudine e depressione che alcuni tuoi amici fanno propria per acquietare il proprio dolore. Nemmeno credo che per un'autopsia ci vogliano 10 o 20 giorni. A volte capita per gli esami tossicologici, ma quello forense dovrebbe già avere un risultato e bisognerebbe che fosse reso pubblico dall'Istituto Nazionale di Medicina Legale.

Conosco dei tuoi contrasti interni con un'organizzazione che nel suo report del 2019 ha citato con un paragrafo di appena sei righe il bombardamento militare nel quale morirono 18 bambini/e arruolati dai dissidenti delle FARC ed alcuni di questi rimasero a terra, questo fatto causò l'uscita di scena dell'allora ministro della Difesa Guillermo Botero.

So che hai documentato più casi di questo tipo, così come lo sgombero forzato delle famiglie dei minori uccisi e gli omicidi di altri ancora. So che ti davano fastidio la leggerezza dei toni dei dossier dell'ONU, la relazione complessa di alcuni membri della Missione con la Forza Pubblica, la contrattualizzazione di civili che venivano dai ranghi militari, la passività di quell'organizzazione rispetto ai bombardamenti contro civili nel sud della regione del Meta (confinante col Caquetà) e l'aumento di omicidi selettivi di ex combattenti delle FARC. Erano mesi che aspettavi l'attivazione di una terza “alerta temprana de la Defensoría del Pueblo” (n.d.t – S.A.T. sistema di allarme preventivo - è un meccanismo previsto in caso di situazioni in cui la popolazione si trova esposta a violazioni dei propri diritti) per San Vicente del Caguan. Questa settimana, Mateo Gomez Vasquez, coordinatore del S.A.T., mi ha confermato che tra circa un mese verrà diramato l’Allerta e sarà incentrato sull'aumento dei dissidenti FARC al comando di Gentil Duarte e le nuove dinamiche del conflitto in quella regione del paese.

Questa volta però l’allarme arriverà tardi. Secondo l'ultima conversazione che hai avuto con tua madre, il 10 luglio ti sei “messo nei guai” coi tuoi capi, non ho dubbi nell'affermare che è stata la scintilla che ha scatenato il tuo suicidio simulato.

Da una settimana il tuo nome mi gira in testa insieme alle esclamazioni “indagini esaustive”, “immunità diplomatica” e ”strane circostanze”. Sento un profondo dolore nel mio cuore, Mario Paciolla. Come brigadista tu hai salvato la mia vita. Oggi c'è solo un modo di restituirti il favore: ottenere verità rispetto alla tua morte.

Articolo comparso su El Espectator

Traduzione da parte di Caminantes - Centro Studi e Documentazione

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